Alcuni giorni fa stavo leggendo questo post di Steve Blank che contiene una classificazione interessante delle startup, da lui suddivise in 6 tipi.
Il concetto alla base di questa classificazione è che, tipi diversi di startup hanno bisogno di tipi diversi di organizzazioni ed ecosistemi che le possano sostenere e fare crescere.
Ho pensato di fare una piccola ed infedele traduzione del post, operando una riclassificazione delle tipologie di start-up (non più 6, ma 5 nella mia versione).
Cercando poi di contestualizzare il discorso al caso italiano, per vedere di trarne qualche indicazione utile a me e ai lettori di questo blog.
Ecco i vari tipi:
1. Startup da stile di vita: “lavorano per alimentare la loro passione”
sono create e pensate da quegli imprenditori che usano la propria attività soprattutto per assecondare il proprio stile di vita, lavorando spesso solo per loro stessi, senza la necessità di mantenere altre persone.
Se l’esempio americano della West Coast sono i surfisti che insegnano a surfare per potersi pagare le spese per continuare a fare surf, qui da noi gli esempi potrebbero essere 1000 altri.
Ad esempio, considerando il web, tutti quei piccoli business basati su un know how di nicchia, venduto magari sottoforma di info prodotto, o il piccolo negozio su Ebay nel quale la persona vende delle piccole creazioni fatte in casa.
Spesso la primaria necessità di queste persone è semplicemente quella di generare un volume di entrate sufficienti per potersi permettere di vivere di questa loro passione, senza troppe altre preoccupazioni ne ambizioni.
2. Startup da piccolo business: “lavorano per sfamare la famiglia”
su questo argomento noi italiani abbiamo da insegnare a tutto il mondo, infatti il concetto di piccola impresa, più spesso familiare, è la caratteristica sostanziale di tutta la nostra economia.
Comunque sia, i caratteri prevalenti di questo tipo di azienda sono facilmente ricostruibili così: titolare che lavora nell’impresa, assume personale locale, come capitale usa i propri risparmi o qualche piccolo prestito, non lavora per l’utile ma per il compenso mensile.
Se vogliamo calare quanto scritto nella realtà internet, il primo esempio che mi viene in mente e con cui ho avuto a che fare alcuni anni fa è un sito di ecommerce di prodotti alimentari tipici.
Le caratteristiche importanti ai fini della nostra analisi basata sul concetto di startup sono due:
a. queste aziende non sono costruite per essere scalabili
b. queste aziende non sono costruite per essere vendute
3. Startup scalabili: “nate per essere grandi”
ok, da qui in avanti cominciamo a fare sul serio, ossia ad analizzare quei business più propriamente attinenti al mondo delle startup, soprattutto digitali, che tutti noi abbiamo in mente.
In sostanza, le startup scalabili sono ciò che tutti gli imprenditori della Silicon Valley e i loro Venture Capital aspirano a creare.
Ciò che le differenzia maggiormente dalle startup di tipo 2., di cui hai letto qui sopra, è che dal momento della loro fondazione queste aziende non lavorano per creare un reddito all’imprenditore ed al suo staff.
La loro missione è quella di creare quote rivendibili ad investitori o direttamente in borsa.
Una startup scalabile ha da subito bisogno di capitale di rischio, molto spesso semplicemente per finanziare la ricerca di un modello di business profittevole partendo dall’idea che l’ha fatta nascere.
Una volta individuato e verificato questo modello, queste startup hanno bisogno di ricevere ulteriore capitale di rischio per poter finanziare una crescita molto rapida.
La cosa più interessante è che negli USA l’errore più comune, da parte degli investitori e incubatori, fino a qualche tempo fa era trattare queste aziende come delle “grandi aziende in miniatura”.
L’esperienza ha invece dimostrato proprio quanto detto sopra, ossia che queste aziende vanno considerate come organizzazioni temporanee che servono a ricercare un modello di business scalabile e ripetibile partendo da un’idea.
Confermando ad esempio che una delle caratteristiche fondamentali per queste nuove imprese internet è la capacità di apprendimento.
In Italia la cosa interessante è che molti incubatori ed acceleratori di startup stanno nascendo o sono nati proprio seguendo questa logica.
Quindi, di fatto, imparando dagli errori di economie più avanzate con più esperienze di startup create e finanziate con l’intento di diventare grandi aziende.
4. Startup comprabili: nate per essere vendute
ecco un altro caso “da manuale”: i media infatti sono zeppi di storie di piccole aziende acquisite da grandi aziende che ne comprano le innovazioni.
E chiaramente la parte del leone in questo settore la fanno le startup internet o che lavorano nel settore del mobile, come quelle che sviluppano applicazioni per cellulari.
Il perchè di tutto ciò è presto detto.
Lato startup: aziende di questo tipo spesso richiedono investimenti in capitale di rischio davvero contenuti, in quanto basate appunto su un’innovazione tecnologica, senza bisogno di mantenere grossi team o strutture produttive.
Lato grandi aziende acquirenti: i cicli di vita delle grandi aziende sono sempre più brevi, perchè sempre più spesso ci sono cambiamenti repentini in termini di mercato, gusti dei consumatori e tecnologie.
Per allungare il proprio ciclo di vita le grandi aziende sono costantemente condannate ad innovare.
Quando le innovazioni prodotte al loro interno non sono sufficienti, ecco che diventa conveniente comprarle all’esterno, acquisendo piccole aziende molto innovative, rendendole parte del proprio processo produttivo o commerciale.
Veniamo all’Italia: se è vero, per quanto detto sopra, che il nostro sistema di aziende è composto perloppiù di medio/piccole imprese, poco adatte a questo genere di acquisizioni, è anche vero che le startup digitali nate per essere vendute possono facilmente far riferimento ad un mercato che, soprattutto con internet, è mondiale.
5. Startup Sociali: portate a fare la differenza
Gli “imprenditori sociali” non sono meno ambiziosi, passionali, o spinti a creare un’attività innovativa e di impatto rispetto a qualsiasi altro tipo di fondatore.
Ma a differenza ad esempio delle startup scalabili, il loro obiettivo è molto più ambizioso, ossia quello di rendere il mondo un posto migliore, non necessariamente quello di prendere quote di mercato o creare la ricchezza per i fondatori.
Addirittura queste startup possono essere organizzate anche senza scopo di lucro, oppure con un modello ibrido.
In genere quando si parla di startup sociali il primo esempio a cui tutti pensano è Facebook… chissà perchè!
E chissà se, in quel caso, sia stato davvero l’aspetto sociale a prevalere rispetto al movente economico e speculativo: non so voi, ma io non credo.
Comunque sia, fatta questa classificazione, si capisce quanto possa essere sbagliato identificare delle procedure comuni ed indistinte valide per tutti i generi di startup.
Questo da parte di tutti coloro che in questo settore possono e devono avere un ruolo attivo.
A cominciare dalle istituzioni pubbliche, che dovrebbero acquisire una cultura specifica su questo argomento, per non adottare ad esempio la logica dei finanziamenti “a pioggia”, tipici in passato di alcuni settori della nostra economia.
Passando poi per le banche, anch’esse troppo spesso estranee alla cultura delle aziende innovative, ingessate in routine di finanziamento di business vecchi e consolidati (ma a guardar bene non meno rischiosi visto il periodo!).
Arrivando ai Venture Capital e ai fondatori di nuove imprese, che qui accomuno in quanto dovrebbero essere entrambi i veri portatori di cultura sull’argomento startup, al fine di creare veramente un ecosistema favorevole.
A loro il compito più arduo e potenzialmente più redditizio, quello di sfruttare un momento storico favorevole per proporre un nuovo concetto di azienda.
Concludendo, volevo segnalarti, se sei interessato a saperne di più, questo webinar gratuito che stiamo organizzando con Giulio Marsala.
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